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Intervista a Viola Gabriele: “Unicorni aiuta i genitori a comprendere il cambiamento e la diversità” L’attrice racconta su “La voce dello schermo” la propria esperienza nel film di Michela Andreozzi al fianco di Edoardo Pesce, Valentina Lodovini, Donatella Finocchiaro e Lino Musella.

Lug 15, 2025
Credit foto: @alessandropensinistudio Abito: Philosophy Gioielli: @iossellini Agenzia: @donatellafranciosi Press: Lorella Di Carlo

Il 18 luglio uscirà nelle sale “Unicorni”, film diretto da Michela Andreozzi, prodotto e distribuito da Paco Cinematografica con Vision Distribution e che vanta un cast composto da Edoardo Pesce, Valentina Lodovini, Lino Musella, Donatella Finocchiaro, Thony e i giovani ma interessantissimi profili di Viola Gabriele e Daniele Scardini. Il film offre importanti spunti di riflessione sulla diversità e su come i genitori possano aiutare i figli a esplorare la loro identità. 
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, l’attrice Viola Gabriele che in “Unicorni” è chiamata a fare il proprio esordio cinematografico dopo tanti anni di teatro. Viola ha raccontato cosa abbia rappresentato per lei interpretare il personaggio di Diletta, quanto sia stato importante per lei raccontare un’adolescente con le proprie fragilità e le proprie paure e ci ha confidato delle riflessioni su quanto sia fondamentale che i genitori abbiano un dialogo con i figli e che non sottovalutino i loro stati d’animo…

Credit foto: @alessandropensinistudio
Abito: Philosophy
Gioielli: @iossellini
Agenzia: @donatellafranciosi
Press: Lorella Di Carlo

Dal 18 luglio ti vedremo nelle sale in “Unicorni”. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

È stata un’esperienza molto importante per me perché ha rappresentato la mia prima volta sul grande schermo e mi ha portato a esplorare nuove emozioni. Diletta è un personaggio molto simile a me, che vive e sperimenta la propria adolescenza e le relazioni. Il rapporto che ha con i propri genitori la porta a cercare di capirsi, perché non si trova tanto a parlare con la madre e il padre sta vivendo un momento in cui i suoi pensieri sono rivolti maggiormente verso l’altro figlio, Blu.

In che modo pensi sia stato importante far parte di questo film?

Stare su questo set mi ha arricchito. Non pensavo potesse donarmi così tanto. Oltre ad aver avuto il privilegio di lavorare con grandi professionisti, che riescono a creare un ambiente sereno, mi ha permesso di affrontare un tipo lavoro diverso su me stessa. Interpretando il mio personaggio ho potuto sperimentare un’importante profondità e mi ha permesso di entrare in contatto con la sua emotività.

È stata anche un’esperienza fondamentale anche sul piano umano. Che effetto ha fatto raccontare la diversità?

Secondo me, la diversità che esplora “Unicorni” è una grande possibilità. Non è un film politico, ma umano. Racconta semplicemente la storia di un bambino che vuole essere se stesso. Si tratta più che altro di libertà, di ricerca della felicità e di cambiamento. Raccontare questa storia attraverso gli occhi di un bambino, con la sua purezza, ingenuità, bontà e saggezza, colpisce con forza dal punto di vista umano.

Sei molto giovane, quanto è difficile per i giovani essere se stessi al giorno d’oggi?

C’è una parte di generazione che spinge molto sulla libertà di espressione. Nasciamo con la voglia di sentirci noi stessi e cerchiamo di portare avanti le nostre lotte. Viviamo, però, all’interno di una società che ancora non riesce ad accettare completamente alcuni tipi di cambiamenti e di libertà. Lucio, ad esempio, nel film si dichiara aperto in alcune cose ma – nell’atto pratico e quando c’è qualcosa di molto diverso dalla persona standard che la società ha creato – ha ancora tante difficoltà. Per noi giovani a volte è difficile perché ci sentiamo ingabbiati in dei modelli e in degli standard che non ci rappresentano come vorremmo. Noi vogliamo provare a essere liberi e a esprimerci, ma ci sentiamo diversi perché ci sono spesso dei canoni irraggiungibili o raggiungibili ma che comportano la distruzione di noi stessi o la limitazione della nostra espressione.

Come si riesce ad affrontare i canoni che la società impone?

Da quando ero piccola ho imparato a essere menefreghista su alcuni aspetti, ho imparato a fregarmene ma mi rendo conto che può essere sbagliato perché bisognerebbe affrontare il problema della discriminazione e del rifiuto in quanto diverso. La chiave è imparare veramente chi siamo e nel momento in cui siamo più fragili e confusi – in fase di crescita e di cambiamento – dobbiamo accettare noi stessi e imparare a fregarcene del giudizio altrui e dei canoni che ci vengono imposti.

Il cast vanta grandi nomi del cinema italiano, da Edoardo Pesce a Valentina Lodovini, da Lino Musella a Donatella Finocchiaro. Com’è stato condividere il set con questa squadra?

È stato un lavoro incredibile. Mi ricordo che il primo giorno girai, con Edoardo Pesce, la scena in cui Diletta e Lucio parlano seduti sul divano e il mio personaggio si sfoga con lui. Edoardo è stato per me una guida ed è stato il primo con cui ho fatto il provino. Mi ha aiutato tantissimo, così come Valentina (Lodovini ndr.) e Donatella (Finocchiaro ndr.). Mi sono sentita compresa, soprattutto perché – essendo il mio primo set – inizialmente avvertivo un po’ di ansia.

Che regista è stata per te Michela Andreozzi?

Possiede una grande umanità, mi ha messa a mio agio sin dal primo momento, è una persona allegra e trasmette tantissima tranquillità sul set. Mi è sempre stata vicina nei momenti di tensione, ha sempre una parola buona, un sorriso, una carezza e ci regalava una grande calma quando giravamo.

Perché il pubblico dovrebbe vedere “Unicorni”?

Dovrebbe vedere “Unicorni” perché non si schiera, ma racconta. Porta con sé della purezza e dell’ingenuità che potrebbe aiutare e far riflettere molto i genitori. L’esperienza che portano avanti i personaggi di Lucio ed Elena è di cambiamento e che gli adulti non sempre accettano perché hanno ovviamente le loro idee, ma si mostrano sempre troppo sicuri delle proprie opinioni. Invece, un figlio può stravolgere tutto, a prescindere dalla diversità. “Unicorni” fa riflettere il genitore che spesso non accetta il cambiamento e la confusione. Lucio a un certo punto del film dice: “adesso non so neanche io chi sono”. È un film che porta a mettersi in discussione e che può aiutare a riflettere il bambino che cerca sé stesso.

Come si può guidare le vecchie generazioni verso un’apertura mentale maggiore?

Parlando e confrontandosi. Ho sempre avuto la percezione che le vecchie generazioni parlassero dei giovani ma non con i giovani. Tendono a minimizzare le ansie, le paure, considerandole delle fasi. Invece, secondo me, bisognerebbe parlare di più con i giovani per rendersi conto che non sono problematiche da sottovalutare e che vanno accompagnate attraverso l’ascolto.

Cosa ha significato per te debuttare sul grande schermo dopo anni di teatro?

Il teatro rimane per me la mia boa sicura, ma è stato un passo importante perché mi ha permesso di sperimentare un nuovo tipo di approccio al personaggio e lavorare davanti alla camera è una bella sfida. Ho avuto un approccio più intimo al mio personaggio e rivedendomi mi sono un po’ commossa ed emozionata.

“Unicorni” ci porta a chiederci chi siamo. Chi è Viola secondo te?

Non so ancora bene chi sono. Sicuramente vorrei conservare per sempre la mia parte da bambina, riuscendo a portarmi dietro la purezza, la gioia, la spontaneità tipica dell’infanzia. Poi, essendo nella fase adolescenziale, sono alla ricerca di me stessa e cerco sempre di esserlo, indipendentemente dal giudizio di qualcuno. Sono anche vivace e con un approccio euforico alla vita.

Come hai iniziato la tua carriera teatrale?

Ho iniziato da piccolissima, a cinque anni. Mia madre mi portò a un laboratorio di teatro e, appena entrai, me ne innamorai. Fu un colpo di fulmine e da quel giorno feci quel laboratorio per circa sette/otto anni, partecipando anche alle musiche, all’allestimento del palco e alla cura dei testi. Poi cominciai un nuovo approccio a teatro in Carrozzerie n.o.t., con Francesco Montagna, che mi rivoluzionò un po’ l’idea del teatro, mostrandomelo non come percorso professionale per diventare un attore ma come gioco per sperimentare e capirsi. Mi sono innamorata del teatro perché mi ha aiutata tantissimo a comprendere e a scoprire me stessa.

Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?

Ascoltare la voce dello schermo mi trasmette tanta autenticità e tanta ricerca della felicità come forma di espressione e di cambiamento.

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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