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Intervista a Sabrina Martina: “Recitare mi rende libera e mi fa sentire a casa” L’attrice si racconta su “La voce dello schermo” parlando de “L’Arca” di Giorgio Caporali e delle altre esperienze significative della propria carriera, da “Odio L’estate” a “Il silenzio dell’acqua” e “La strada di casa”.

Lug 22, 2025
Foto di Alessio Sarao

Sabrina Martina, nonostante la giovane età, ha dimostrato di riuscire a spaziare da ruoli complessi e drammatici come ne “Il silenzio dell’acqua” e ne “La strada di casa” ad altri più leggeri come “Odio l’estate” con Aldo, Giovanni e Giacomo. Dal 21 luglio la stiamo vedendo interpretare Beatrice ne “L’arca”, nuovo film di Giorgio Caporali che offre notevoli spunti di riflessione sulle scelte che facciamo nella vita e su quanto quelle che ci suggerisce la società ci rendano davvero felici.
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, proprio Sabrina Martina, che ci ha parlato dell’interessante periodo lavorativo che sta vivendo, da “L’arca” di Caporali alla nuova serie diretta da Nicola Conversa, con Giorgio Panariello e che vedremo prossimamente su RaiPlay. Oltre a presentarci gli aspetti che ha amato di Beatrice, Sabrina ha parlato dell’esperienze che hanno segnato positivamente la sua carriera da attrice e altre curiosità interessanti che la riguardano. A voi…

Foto di Alessio Sarao

Dal 21 luglio ti stiamo vedendo al cinema con “L’arca” di Giorgio Caporali. Cosa dobbiamo aspettarci da questo film?

Guardare “L’arca” è un po’ come andare sulle montagne russe perché non ha un genere ben definito in cui inquadrarlo, ma è caratterizzato da un mix di generi e porta lo spettatore sia a ridere sia a piangere. La trama del film è importante ma lo è ancora di più la vita dei personaggi. Dopo averlo girato e vedendolo, ho subito provato una sensazione di stupore e ho vissuto emozioni impattanti.

Cosa hai amato di Beatrice?

Beatrice è una ragazza abituata alla vita con tante risorse sia familiari sia riguardanti il suo percorso di studi. Tuttavia, avverte la mancanza di scoprire che ha mille possibilità nella vita e non soltanto quelle che ha sempre visto e pensato di dover fare. Incontrando Ryan e Martin capirà che ci sono tante altre strade che possono essere percorse.

Ti è mai capitato di sentirti come lei?

Sicuramente sì, il rivedermi in lei è uno degli aspetti che mi ha colpito maggiormente e su cui ho lavorato di più durante le riprese. All’interno del mio mondo lavorativo, che possiede tantissime sfumature e che richiede molta pazienza e attesa, può capitare di sentirsi come lei. Tuttavia, mi sono resa conto che le pause sono una caratteristica di questo lavoro ed è difficile non accettarle se ami recitare.

Come hai gestito le situazioni che ti sono capitate e che ti hanno ricordato Beatrice?

Credo che, finché non si scopre che le possibilità sono infinite, vada tutto bene. Quando ti senti di dover seguire una strada, è spesso difficile accorgersi che ce ne siano altre. Quando cominci a considerare altre scelte, vai un po’ in crisi e cerchi di capire quale strada vuoi percorrere.

Cosa ti ha colpito della regia di Caporali?

Giorgio è un regista molto figurativo, ha sempre in mente quello che vuole ricreare nel film. La sceneggiatura è stata scritta da lui e, quando accade, è sempre più facile concretizzare ciò che si immagina. Abbiamo lavorato in anticipo sulle scene da girare, facevamo prove di lettura con Francesco e Malich durante le giornate precedenti alle riprese ed è una cosa che accade soprattutto nei film importanti e che purtroppo non si riscontra spesso. Credo sia una preparazione utilissima, anche per costruire il legame tra gli attori e con il regista. Giorgio ci teneva tantissimo a farci entrare nel mood di tutta la storia.

È un film giovane. Che sguardo possono dare i giovani al cinema?

C’è spesso una distinzione tra mondo giovane e quello adulto ma, in realtà, credo che i giovani abbiano tante risorse quanto gli adulti. Malgrado un adulto possa avere più esperienza, anche e soprattutto dal punto di vista attoriale, non per questo un giovane non possa raccontare qualcosa altrettanto bene. “L’arca” è un film giovane, con tre protagonisti giovanissimi – aspetto molto raro – e dà uno sguardo di estrema sensibilità e profondità che di solito non è relazionata ai giovani. È importante comprendere che il mondo giovanile non è soltanto tipico della commedia, ma è anche aperto ai drammi e vanno esplorati.

Foto di Alessio Sarao

“L’arca” ci spinge a chiederci cosa ci renda davvero felici. Cosa rende felice Sabrina?

Devo ancora capirlo. Ci sono tante piccole cose, non ho una risposta netta a questa domanda A volte mi rende felice qualcosa di inaspettato, anche piccoli gesti. Mi ricordo che, per una ricorrenza, mia mamma mi regalò una valigia rossa e mi ha reso molto felice. Non mi sarei mai aspettata che un oggetto potesse darmi questo tipo di gioia. Eppure, la ricordo sempre con molta emozione, anche perché per me la valigia ha un significato importante dal momento che viaggio tantissimo e in quel momento mi sono sentita compresa. Sono proprio gli aspetti relazionali e le soddisfazioni lavorative a farmi sentire felice.

Quali sono i ruoli e gli incontri a cui sei legata maggiormente?

Sicuramente i primi incontri sono stati fondamentali per me. Lavorare con Alessio Boni durante la mia prima esperienza ne “La strada di casa” è stato molto importante. Ero ancora inesperta e i primi set mi hanno forgiato molto e mi hanno trasmesso tante cose. “Luce dei tuoi occhi”, durata due stagioni, mi ha permesso di creare legami importanti e i colleghi sono diventati miei amici con cui mi sento ancora oggi. Altre esperienze sono state belle anche per il luogo in cui ho girato, come “Il silenzio dell’acqua” che mi ha permesso di stare a Trieste e con un ruolo davvero stimolante e unico. Ma ogni incontro mi ha insegnato tanto e tutti i set mi hanno messo alla prova, da quelli più impegnativi a quelli più leggeri.

Quali sono stati i personaggi più impegnativi che hai interpretato?

Sono stati quelli ne “La strada di casa” e ne “Il silenzio dell’acqua”. Le giravo contemporaneamente ed erano ruoli molto complessi. Ne “La strada di casa” ho interpretato una quattordicenne che aveva subito una violenza sessuale e raccontare la sua storia è stato molto forte. Mentre ne “Il silenzio dell’acqua” ho vestito i panni di una ragazza bipolare che aveva commesso un omicidio. Girarle contemporaneamente è stato molto impegnativo, perché dovevo entrare in due personaggi così complessi e andare in due set così diversi. Sono state due belle sfide.

Un altro regista che sta regalando lavori interessanti è Nicola Conversa, con cui hai lavorato nel cortometraggio “Il Rosso”. Che cosa ha significato lavorare con lui?

È stata un’esperienza incredibile. Nicola è un regista con cui ho avuto modo di lavorare anche in una nuova serie che sarà presto su RaiPlay. Possiede una sensibilità sia personale sia artistica incredibile e questo corto mi ha portato a girare un giorno a Milano e mi ha fatto sentire in famiglia, nonostante non conoscessi nessuno. È corto molto intenso e particolare e la sceneggiatura mi colpì molto. È stata un’esperienza molto forte, bella, allo stesso tempo intensa e leggera.

Possiamo accennare qualcosa riguardo questa serie?

L’abbiamo girata a novembre, in Trentino. Uscirà su RaiPlay, con Giorgio Panariello e vedrà intrecci di storie tra ragazzi e adulti. È una serie molto accattivante, il mio personaggio è molto forte e mi è piaciuto tantissimo lavorare su questo progetto ed essere diretta da Nicola.

Foto di Alessio Sarao

Hai lavorato con grandi comici in “Odio l’estate”, con Aldo, Giovanni e Giacomo, e con Giorgio Panariello durante quest’ultima esperienza. Com’è stato conoscere questi artisti?

Quando si conoscono le personalità di questi protagonisti della commedia italiana, te li immagini in un modo. Conoscendoli, comprendi che hanno una vita incredibile, che ti possono raccontare miliardi di esperienze e insegnare tantissimo. Ricordo Giovanni che, quando ha iniziato a parlarmi della sua passione per le piante, mi ha aperto un mondo. Ha una grande responsabilità dal punto di vista comico, ma è una persona super normale, che cura ama le piante e ne conosce di tutti i tipi. “Odio l’estate” è stata un’esperienza divertentissima e mi ha lasciato la sensazione di essere quasi in vacanza. Panariello è una persona eccezionale, piena di umanità e che ti riesce a parlare sempre serenamente.

Nella tua vita hai studiato anche psicologia, concludendo con successo il tuo percorso didattico. Pensi che ti abbia aiutato a studiare la psicologia dei personaggi e in che modo?

Mi sono iscritta a questo percorso con questo obiettivo, in realtà la recitazione ha mille tecniche che si possono utilizzare e mi sono un po’ allontanata da quell’ottica in quegli anni. Di recente, invece, mi è capitato di riavvicinarmi. Il mio modo di recitare è cambiato in base al mio modo di cambiare nella vita. Il controllo, l’elaborazione delle emozioni e come utilizzarle fa ovviamente parte della mia vita ma anche del mio lavoro. Adesso mi sta aiutando tanto nella sensibilità, nell’analisi e per capire l’intento del personaggio e quanto il passato – che spesso non è scritto – influisca si di lui e ci fa capire meglio il presente.

Tra passato e presente, come vedi la Sabrina di oggi e quella di ieri?

È molto diversa. Sicuramente sono molto più consapevole di tante cose, di come approcciarmi a questo lavoro che tante volte mette in difficoltà, che è sempre soggetto a giudizio o a critiche. Con il tempo ho imparato ad accettare tutti gli aspetti della recitazione e sono cresciuta artisticamente e personalmente, anche se i princìpi e i valori sono sempre gli stessi. L’età che sto vivendo è sempre poco raccontata, generalmente si parla o di adolescenza o di età adulta e ci si concentra poco su questo limbo tra i venti e i trent’anni, anche dal punto di vista cinematografico. Mi piacerebbe che venisse esplorato di più, anche perché sono presenti dei pensieri critici più strutturati rispetto all’adolescenza.

Cosa ami della recitazione?

Adoro il fatto che chiunque faccia questo lavoro possa farlo a modo suo. La recitazione è libera e non ha confini. Quando arrivo su un set dopo un periodo di pausa mi porta a tirare un sospiro e a dire: «Ah, casa!». È una sensazione che vorrei che tutti provassero quando arrivano sul posto di lavoro.

Quale libertà ti dà la recitazione?

Dà la libertà di espressione, dà la libertà di fare ciò che non si è fatto nella vita, di trasformarti, di lasciare andare i mezzi conflitti rimasti a metà e di buttarli fuori in altro modo rispetto a come faresti in situazioni reali.

Se fossi una giornalista che domanda faresti a Sabrina?

Mi piacerebbe poter dire la mia su situazioni importanti, come ad esempio su come stia funzionando il mondo lavorativo oggi e mi piacerebbe molto uno scambio di opinioni a riguardo.

Di Francesco Sciortino

By lavocedelloschermo

Francesco Sciortino, giornalista pubblicista dal 2014, appassionato di serie tv, cinema e doppiaggio. In passato cofondatore della testata online “Ed è subito serial”.

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