Il 21 luglio esce nelle sale “L’arca”, il lungometraggio di Giorgio Caporali con protagonisti Malich Cissé, Francesco Venerando e Sabrina Martina. Il film offre uno sguardo giovanile sui sogni e su ciò che conta davvero nella vita, sulle scelte che spesso facciamo perché imposte dalla società e sull’importanza di essere liberi dagli schemi.
Abbiamo intervistato, su “La voce dello schermo”, il giovanissimo regista Giorgio Caporali, che ha già attirato l’attenzione su di sé con il suo precedente cortometraggio “La tragedia” e che è stato candidato ai David di Donatello nel 2023. Ne “L’arca”, Caporali è riuscito – attraverso la storia di Ryan, Martin e Beatrice – a offrire uno sguardo interessante, toccante e particolare sull’immigrazione e ha raccontato soprattutto come essere liberi di inseguire i propri sogni sia fondamentale per vivere davvero…

Il 21, 22, 23 luglio vedremo nelle sale il tuo film, “L’Arca”. Da dove nasce l’idea di realizzarlo?
L’idea nasce da due/tre storie vere. La scintilla mi è scattata quando, durante un viaggio che ho fatto in Tanzania e mentre mi trovavo a pesca con un mio amico, ho incontrato una guida del posto che ci stava illustrando tutto. Mi resi conto che parlava italiano e gli chiesi come mai. Lui risposte che era cresciuto con il sogno europeo, vedendo l’Europa come un posto bellissimo, dove si fanno i soldi e si può fare una vita migliore.
Cosa l’ha spinto a tornare in Tanzania?
È venuto in Italia per vedere cosa fosse effettivamente questo sogno europeo ma, una volta arrivato, non si trovò a suo agio, non trovò un posto per lui ed era finito a vendere calzini in giro per la strada. Si chiese chi glielo facesse fare. Sarebbe potuto rimanere in Tanzania, in riva al mare con i suoi amici e portare la gente a pesca in quel paradiso. Infatti, decise di tornare indietro. In quel momento mi sono chiesto se veramente la vita che alcuni ragazzi fanno qua è meglio di quella che facevano prima. Ovviamente, non mi riferisco a chi scappa dalla guerra e da situazioni difficili. Ma ad altri che scappano con il sogno di trovare una vita migliore, come dimostra anche “Io capitano” di Garrone.
Come ha influito questo avvenimento con la realizzazione del film?
Quanto è accaduto, mi ha mosso una grande curiosità e sono andato al “SAI – Sistema di accoglienza e Integrazione” a parlare con dei ragazzi e dei tutori e ho scoperto che tanti di loro vengono portati qui contro la loro volontà e molti vogliono tornare indietro. C’era addirittura un ragazzo che ha smesso di mangiare e che stava facendo un digiuno finché non lo avrebbero rimpatriato ma, essendo minorenne, non poteva essere rimpatriato senza un iter particolare e complicato.
Quali difficoltà si presentano nel momento in cui questi ragazzi manifestano l’intenzione di tornare al loro Paese d’origine?
Della maggior parte di loro, non si conosce nemmeno il loro reale paese di provenienza, arrivando da Tunisi ma provenendo da altri stati e con documenti spesso falsificati. È difficile che un ragazzo possa essere rimpatriato normalmente. Se vuole farlo, deve scappare. Da qui mi si è accesa la lampadina creando il personaggio di Ryan, un ragazzo minorenne, che viene in Italia ma non gli piace quello che trova e vorrebbe tornare indietro. Tuttavia, non possedendo documenti e non essendo in regola, l’unico modo che ha per farlo è tornare via mare, in modo clandestino. Mi è venuta in mente, allora, l’idea di questa arca.
In che modo Ryan tenterà di tornare indietro?
Ovviamente un ragazzo non può realizzare una simile impresa da solo, ci sarà anche il personaggio di Luca, che si fa chiamare Martin, ed è una sorta di Jack Sparrow moderno: folle e ai margini della società. È romano, ma non si trova nel posto dove sta e non gli piace la vita che viene programmata e prefissata da tutti noi: seguire il percorso didattico, l’università e trovare il lavoro fisso. Vuole essere un pirata che parte e gira il mondo. Di lui si scoprirà anche un segreto e anche questa storia è tratta da un avvenimento che ha riguardato un mio amico. Mi sono chiesto anche come avrei reagito al posto suo.

Al loro fianco ci sarà anche Beatrice, interpretata da Sabrina Martina…
Sì, Beatrice offre uno sguardo neutro all’interno del film, che ci renda i personaggi più credibili e che faccia riflettere lo spettatore sul proprio percorso personale. È una ragazza che sta seguendo una vita perfetta, sta raggiungendo gli obiettivi che si è prefissata, si sta laureando in economia e sta compiendo i passi che ho fatto anche io fino al momento in cui mi sono domandato: “Ma è veramente questa la vita che voglio fare oppure no?”.
Perché il pubblico dovrebbe vedere “L’arca”?
È una storia che ci può fare riflettere per prima cosa sull’immigrazione, perché tante persone che vengono qua non hanno la vita che meriterebbero di avere e non hanno le possibilità che abbiamo noi. Il secondo spunto di riflessione che ci offre il film è che tutti e tre i personaggi sono accomunati dalle domande: «Cos’è che vogliamo veramente dalla vita?», «Cos’è che ci rende veramente felici?», «Perché inseguiamo qualcosa che ci ha detto di farla qualcun altro?», «Qual è il nostro sogno?». E una volta che ce lo siamo chiesti, con tutti i rischi che comporta, bisogna inseguirlo. La gente spesso non si chiede ciò che vuole fare, ma fa ciò che conviene fare.
Spesso l’argomento immigrazione fa sempre un po’ discutere. Non pensi ci sia il rischio che possa suscitare opinioni contrastanti?
La mia è un po’ una provocazione che voglio muovere sul perché le persone facciano le cose e specificando che molti scappano dalla guerra o sono rifugiati politici e quelle rappresentano situazioni diverse. Se al pubblico dovesse suscitare questo, ne sarei contento, perché significa che la gente comincerà a porsi la domanda. Perché a volte quei ragazzi vivono sì in povertà, ma non gli manca niente: hanno una famiglia, si vogliono tutti bene, hanno le materie prime, lavorano eppure fanno questo viaggio perché vengono bombardati dalle informazioni dei media o dei social perché vengono invogliati dalle altre persone che ci lucrano sopra.
Quello che desidera Ryan è un po’ ciò che cercano anche Martin e Beatrice?
Per certi versi, sì. Un’altra cosa che ci tenevo a comunicare attraverso questo film è il fatto che molto spesso ci guardiamo attorno a noi e vediamo la bellezza sempre lontana rispetto a dove siamo. Credo che, se soltanto riflettessimo su ciò che abbiamo spiritualmente, fisicamente e affettivamente, ci renderemmo conto di avere tutto quello di cui abbiamo bisogno e saremmo felici.
Per quanto riguarda un altro progetto che ti ha riguardato, il cortometraggio “La tragedia”, che esperienza è stata per te?
È stata molto formativa perché girare all’interno di una sola location può sembrare semplice ma in realtà rende più impegnativo il lavoro da fare. Un conto è tenere alta l’attenzione del pubblico mostrando posti diversi, un altro è far sì che un prodotto di undici minuti rimanga interessante avendo come ambientazione un luogo soltanto. È stata una bella sfida, anche questa tratta da una storia vera, raccontata da un sopravvissuto di Auschwitz. Mettendola in scena, ho avvertito una grandissima responsabilità. Pensate che non ho ancora avuto il coraggio di farlo vedere a chi mi ha raccontato questa storia.
Un altro progetto che ti ha coinvolto è “Frammenti”, opera prima di Bianca Marcelli e con Giorgio Belli, Valentina Romani, Federico Russo…
Sì, ho dato il mio contributo – dando una consulenza e svolgendo un po’ l’incarico di direttore artistico – a quest’opera diretta da Bianca Marcelli ed è un film che viaggia tantissimo: parte da Roma, arriva nelle Marche e siamo arrivati fino in Tunisia, alle porte del Sahara e persino a Bratislava. È stato un viaggio bellissimo, con un ottimo cast e anche questo film parla di un ragazzo che sta inseguendo il suo sogno.
Sei molto giovane, da regista non ti fa un po’ paura la situazione produttiva e distributiva odierna?
Dopo che mi ci sono confrontato, un po’ sì! (ride ndr.) Tuttavia, non credo si tratti di paura, ma più che altro uno stimolo a dimostrare qualcosa al settore e credo di essere stato uno dei pochi giovani privilegiati che hanno avuto la fortuna di raccontare un film. Inoltre, penso che la situazione andrà a cambiare e spero ci sia un’invenzione di rotta, come accadde con la nuova Hollywood. Dico anche con la tristezza nel cuore che, secondo me, sarà la generazione dopo la nostra quella che riuscirà a raccontare qualcosa alle persone e a farsi sentire. Noi dobbiamo combattere per la generazione che verrà dopo e lo dico da ventenne, perché sono consapevole che ci vorranno ancora parecchi anni.

Ogni regista ha i propri tratti distintivi, il proprio marchio di fabbrica, la propria “Z” di Zorro. Quali pensi siano i tuoi?
Dal punto di vista tecnico, sicuramente la macchina a spalla. Anche ne “L’arca”, che è una dramedy, ho optato per questa scelta nonostante venga usata più per film d’azione o gangster movie. Ho voluto girare con la macchina a spalla perché trasmette verità, come se lo spettatore si trovasse all’interno della scena e, allo stesso tempo, dà un sentimento, come se ci fossero due occhi che accompagnano i personaggi, ti fa sentire partecipe all’interno della storia e la rende più dinamica. In un film che parla della libertà di un sogno, anche la macchina da presa deve essere libera di muoversi e non bloccata.
Come si rendono cinematografici i fatti reali?
Peter Bogdanovich diceva: «Quando pensi a una storia, chiudi gli occhi, immaginatela e ciò che immaginerai sarà quello che dovrai girare». In un certo senso è vero e quando si vive una storia capita di dire: «È una scena da cinema!». Credo che il cinema sia legato alla vita in modo imprescindibile.
Questo portale si intitola “La voce dello schermo”. Cosa significa per te ascoltare la voce dello schermo?
Significa ascoltare storie, ascoltare vita vera, sognare e rendersi conto che non ci sono barriere e limiti. È questo per me il cinema.
Di Francesco Sciortino

